03/05/2007

Dal passato: "Dalla terra", Mina

 

   E' incredibile cosa riesca a fare questa donna ancora a sessant'anni, malgrado sia lontana dalle scene e da un confronto diretto col suo pubblico. E ci manca, inutile passarci sopra. Il pregio dell'intera operazione stavolta è quella di restituire alla collettività brani forse misconosciuti, specie dai suoi ammiratori, attraverso il filtro della Sua Voce, così popolare e radicata nella memoria collettiva. Operazione commerciale o culturale? Poco importa davanti alla bellezza e alla cura che si ravvisa fin dalle prime note di questo "Dalla terra": Mina ha impiegato un anno prima di dare alle stampe questo lavoro, ha chiesto consigli a Luigi Nava e Massimo Lattanzi , ha chiamato un suo vecchio amico di avventure musicali ( dai tempi di "Improvvisamente" ), il Maestro Ferrio ( il quale firma anche le musiche di un testo attribuito a Bernardo di Chiaravalle ), ha reinciso due brani di cui non era particolarmente convinta in extremis. Segno che quando è "guidata" o esce dal solito entourage degli studi di Lugano, e vuole fare qualcosa di importante, è ancora in grado di regalare meraviglie ai suoi ammiratori. Chi è rimasto deluso dagli ultimi dischi della Signora, rivolti più che altro a un pubblico giovanile, non potrà restare impressionato negativamente da questo lavoro, già dal "Magnificat", con musiche di Frisina, il più alto esempio del disco di connubio tra l'impetuosità della tradizione classica e la voce di Mina, voce che prega, sussurra, e poi esplode nell'ultima preghiera della Madonna rivolta al figlio sulla croce nel "Pianto della Madonna", si fa sottile e acquista volume nei momenti di maggior intensità lirica, diventa cupa e chiaroscurale nel "Memorare", accompagnata da un violino e dagli archi ( che chiamano inequivocabilmente alla memoria album come "Mina quasi Jannacci" o la stessa "Una donna, una storia", uno dei suoi brani più drammatici, cantata in una delle ultime apparizioni in tv ). Formidabili gli "Amen" cantati nel disco: da quello supplichevole e quasi commosso del "Memorare" a quello urlato di "Omni die", da quello rasserenato e gioioso del "Veni creator spiritus" a quello "rotto" e conclusivo dell' "Ave Maria". I momenti più tranquilli e introspettivi dell'album sono forse "Quanno nascette ninno", riarrangiata in chiave jazz da Andrea Braido, e "Qui presso a te", di un'Anonimo del XIX secolo, che diventa una perfetta canzone pop nella rielaborazione del Maestro Ferrio. Ma il momento più importante dell'album, secondo me, è da rintracciarsi nel "Dulcis Christe", dove Mina gioca con la voce come ai tempi di "Plurale", e il risultato è veramente sconcertante. C'è da dire, a tutti quelli che l'hanno bistrattata e criticata a volte gratuitamente e anche in questa occasione, che ci sono un grande cuore e una grande intelligentia interpretativa in questo disco. Il coinvolgimento dell'artista nel progetto stavolta è palese. Chi non riesce a capire, passi oltre. C'è sempre Madonna...

(ottobre 2000)

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